Quando la realtà supera la fantasia.
È realtà. L’agognato posto di lavoro è alla portata. Fra le tante domande per colloqui di lavoro, la convocazione di un primo contatto (anche soltanto informativo) sta avvenendo, la virtuale partita a scacchi fatta di domande a cesura circolare e verifiche trabocchetto, è in pieno svolgimento. Che l’esaminatore sia impassibile come una Sfinge o dia l’erronea impressione d’essere amichevole, per il candidato è difficile mantenere una calma olimpica e distaccata, preoccupato dalle mille ipotesi che si rincorrono nelle sinapsi del proprio cervello messo a dura prova, attaccato su più fronti da chi svolge colloqui quale head hunter di professione come alla TST (www.tstconsulting.org) o navigato esaminatore inquadrato nell’Ufficio Personale.
“I colloqui di lavoro sono la mia passione”.
Sia pur con una partenza farraginosa, il dialogo fra le parti prende l’abbrivio, le parole escono più fluide dalla bocca dell’esaminando, la tensione scema un pochino, finché …l’idillio si rompe.
Il candidato si slaccia la cravatta durante il colloquio e poi chiede al recruiter di potersi dare del tu. Irrispettoso e quindi un potenziale, manifesto collega sgradevole sul futuro luogo di lavoro.
La candidata di ventuno anni si presenta accompagnata dalla madre. Inusuale, ma non invalidante. Purtroppo la genitrice si sente in dovere di interloquire a più riprese commentando domande, elogiando la figlia, criticando i quesiti dell’esaminatore.
Dopo le prime domande generiche del recruiter, il candidato parte per la tangente, chiede a chiare lettere di che lavoro si tratti, monte ferie annuale e, soprattutto, quanto si guadagna. Saltando incautamente tutte le fasi intermedie.
La candidata si accende nervosamente una sigaretta dopo aver chiesto il permesso all’esaminatore. Peccato che in ogni locale ci sia almeno un cartello con la scritta ‘vietato fumare’.
L’espressione presuntuosa rimane un aspetto negativo per una grande percentuale di esaminandi: una falsa sicurezza ostentata che rende sgradevole il candidato ed è una delle prime cause della bocciatura.
La realtà supera la fantasia.
Errori meno gravi sono quelli dei candidati logorroici che riversano un fiume di parole nascondendo (spesso malamente) il non avere una risposta precisa e corretta con cui rispondere alla domanda del recruiter.
Tra questi ultimi si nascondono anche coloro che non forniscono risposte dirette, eludendo il quesito. In tecnica e psicologia di vendita (in pratica vendere sé stessi) si definiscono ‘riqualificatori’: prendono una parte della domanda, focalizzano su quella parte, rispondono su quella falsariga, forniscono una risposta più generica. Normalmente sono appannaggio di chi non è abbastanza preparato, ma tenta egualmente di riempire il vuoto (anche parziale) d’una risposta non corretta o imprecisa. Discorsi che sembrano confezionati apposta quali le risposte in ‘politichese’ di molti personaggi della politica non solo italiana.
Nel maldestro tentativo di entrare in empatia con il recruiter, ci sono poi quelli che scendono su un piano confidenziale già nella prima fase di small talk dei colloqui di lavoro, utilizzando una terminologia gergale o, addirittura, dialettale, per poi abbassare ancora di più il livello infiorando il dialogo con parolacce magari sdoganate dagli odierni media, ma che mal si addicono a una situazione assolutamente formale come un serio colloquio di lavoro.
Colloqui di lavoro: “Sono orientato all’azione e ai risultati”.
Un episodio accaduto all’estero, con un candidato che attende in una saletta esterna per alcuni minuti. Con un trucco da scassinatore riesce a svuotare parte del distributore automatico di snacks, riempie la borsa da ufficio con cui si presenta poi al colloquio di lavoro. Appena iniziato quest’ultimo, il recruiter riceve una telefonata su una linea interna: le telecamere a circuito chiuso hanno ripreso l’accaduto e l’esaminando se ne esce dall’azienda scortato da due membri della vigilanza privata.
Uno dei tanti tranelli dei recruiters: strappare un passaggio in auto al candidato per raggiungere una fermata della Metro, con la scusante dell’ora di cena. Esaminandi già positivamente selezionati, scartati perché utilizzatori di un’automobile sporca dentro e fuori, piena di cartacce o di confezioni di cibo già consumato, oggetti gettati alla rinfusa e così via, in grado di testimoniare la scarsa capacità organizzativa, la trasandatezza reale di un candidato che magari si era presentato in un abito completo grigio ferro sobrio ed elegante quanto quello di un businessman o di un avvocato di grido.
Colloqui di lavoro: “Sono acuto e brillante”.
C’è chi è stato scartato perché aveva maltrattato la receptionist dell’azienda appena entrato nell’edificio per uno dei tanti colloqui di lavoro.
Inevitabile, fioriscono le leggende metropolitane. C’è sempre un fondo di verità: le ‘voci’ sono sempre vere, recitava Sidney Pollack in un film riferendosi al nocciolo di chiacchere e pettegolezzi. Come fare per non cadere in simili esperienze imbarazzanti? Repetita iuvant, dunque è lapalissiano che accumulare esperienza in colloqui di lavoro aiuti ad affinare tecniche e psicologia del candidato. Altra raccomandazione è quella d’informarsi bene sulle caratteristica dell’azienda dalla quale si vorrebbe essere assunti: importante per rispondere in modo adeguato o, parimenti, per non porre quesiti fuori luogo. Con qualche freccia pronta ad essere scoccata, ogni esaminando inizierà il colloquio più rilassato e sicuro. Ancor meglio sarebbe avere qualche notizia anche sull’esaminatore, pronti a gestirlo non appena vengono inalberate le prime obiezioni.